Attorno alla metà del diciassettesimo secolo, il nord Italia subisce una delle più gravi epidemie di peste, quella stessa che fornirà spunto ai "Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni.
Particolarmente colpita la città di Mantova, che oltre al morbo si trova a dover affrontare anche la carestia causata dal cordone sanitario che gli stati confinanti le hanno imposto.
Il ducato dei Gonzaga è faccia a faccia con il totale annientamento, e in un impeto di disperazione riesce a far passare clandestinamente lungo la rotta fluviale un gruppo di ambasciatori diretti a Venezia (cui Mantova è legata da un gemellaggio fra città d'acqua e arte, più che da alleanze politiche), con la richiesta di inviare aiuti alimentari per via fluviale.
La Serenissima onora il patto di mutuo soccorso e accoglie l'ambasceria, mettendola però in quarantena nell'isola di San Servolo, allora disabitata. Si da incarico ad alcuni "marangoni" di approntare ricoveri per l'alloggio dei dignitari, e sarà uno di questi artigiani, abitante nella zona di San Vio, il veicolo attraverso cui l'epidemia azzannerà anche Venezia.
L'escalation dell'infezione è impressionante, dopo la morte del falegname e di tutta la sua famiglia, già nella settimana seguente i morti si contano a decine nel quartiere e in quella ancora seguente a centinaia in tutta la città. In un breve volgere di tempo, nonostante i bandi sempre più severi dei Savi alla Sanità, la popolazione è letteralmente decimata. Periscono anche il Doge e gran parte della sua famiglia, e la malattia non risparmia l'aristocrazia né il clero.
Ma ci sono anche altre versioni del fatto: nel '600 la Serenissima combatteva per liberare i territori italiani dagli spagnoli. Assieme agli spagnoli c'erano i tedeschi. E, con i tedeschi, arrivò anche il morbo della peste.
Nel giugno del 1630 l'epidemia si diffuse dalla zona di San v io per tutta la città. I Provveditori alla Sanità, già operanti durante la grossa epidemia del 1575, emanarono molte disposizioni come bonificare le case insane, dividere gli ammalati nei vari ospedali e mandare a lavorare nelle campagne le persone non infette. Il patriarca Giovanni Tiepolo ordinò preghiere pubbliche in tutta la città e processioni. Le vittime solo nel mese di novembre furono 11.966.
Fallita ogni ricerca di rimedio farmacologico, nonostante i ricchissimi premi promessi a chi ne avesse scoperto di efficaci ad arginare l'epidemia (famoso resta quel bando che ordinava a chiunque si sentisse i sintomi del male di orinare subito e di berne almeno mezzo litro, quasi già allora qualche oscuro cerusico avesse intuito la dinamica degli anticorpi), ancora una volta governo e popolo si volgono alla religione.
Si pensò allora di fare un voto di edificare un tempio a Dio, come avevano già fatto con la chiesa del Redentore nel 1576, dedicando alla Madonna una Chiesa alla Vergine Santissima intitolandola Santa Maria della Salute. Dopo un anno e mezzo e con quasi 50.000 vittime la peste finì.
Sul limitare dell'inverno è la Dominante che a sua volta si confronta con il pericolo di venire totalmente cancellata.
Il tempio viene consacrato il giorno 21 novembre che da allora per i Veneti diviene il giorno della Madonna della Salute.
In realtà sarebbe la festa della Presentazione di Maria al Tempio, ricorrenza ben nota alla chiesa Greco-ortodossa, ma poco diffusa in Occidente. I veneziani la conoscevano perché dal 1453, alla caduta di Bisanzio, ospitavano numerosi rifugiati, a cui avevano dato ospitalità e lavoro. I Greci hanno tutt’ora la loro chiesa, che segue il rito ortodosso, nel popoloso rione di Castello.
La progettazione della Basilica votiva fu affidata al giovane architetto Baldassarre Longhena. Il suo progetto rispondeva alle esigenze di grandiosità richieste dalla Serenissima: una chiesa che doveva esaltare la Vergine e al tempo stesso la Repubblica. La basilica fu consacrata nel 1687.
Per l'occasione, viene costruito un ponte di barche che avvicina il santuario al centro della città e sono pochissimi ancora oggi i veneziani che mancano l'appuntamento, siano essi religiosi o atei. La festa infatti appartiene innanzittutto ai bambini, per il vivace mercato di giocattoli e dolciumi che in quel giorno si allestisce nei dintorni.
Sia a causa dell'abitudine contratta sin dalla tenera età, o sia invece che la salute è un bene caro a tutti, indipendentemente da credenze religiose o filosofiche, il fatto sta che in quel giorno il traffico dei "pellegrini" è tanto intenso, sin dalle prime ore del mattino, da obbligare l'uso di sensi unici pedonali a partire dal ponte dell'Accademia.
Oggi la festa consiste in un mini-pellegrinaggio al tempio della Madonna della Salute e dato che sorge sulla punta della dogana, in quest'occasione si fa un ponte di barche all'altezza di Santa Maria del Giglio, per favorire tutti quelli che vengono da San Marco, Cannaregio e Castello. All'interno del tempio è venerata una Madonna Nera.
Il Senato e il Doge Nicolò Contarini decisero di ricorrere all'intercessione della Vergine, facendo voto di erigere un tempio in Suo nome non appena il flagello fosse cessato.
Nel Novembre 1631, cessata finalmente la pestilenza, il Governo si affrettò ad adempiere alla promessa. Su disegno dell'arch. Baldassare
Longhena, si diede inizio alla costruzione del tempio, che fu terminato 56 anni dopo, solennemente dedicato alla Madonna della Salute.
Il 21 Novembre di ogni anno si celebra questa festa con una processione guidata dal Patriarca che, partendo da San Marco ed attraverso un ponte di barche costruito sul Canal Grande, si conclude solennemente nella Chiesa della Salute.
I Veneziani si recano a migliaia a chiedere la grazia davanti alla Madonna, splendente fra centinaia di candele portate dagli stessi fedeli. Lungo il percorso e davanti al tempio vengono allineate delle bancarelle che vendono candele e dolci di ogni genere.
Il "ponte votivo su barche" collegherà attraverso il Canal Grande, Campo S.ta Maria del Giglio dal lato di S. Marco e Calle S. Gregorion dal lato di Dorsoduro.
Il testo del voto
«Ave Stella del mare, donna delle vittorie, mediatrice di salute e di grazia. Vedi ai tuoi piedi prostrato un afflitto popolo, fatto bersaglio al flagello della Divina Giustizia. La guerra, la pestilenza, la fame, con orribile lotta si disputano a vicenda fra loro le vittime, e tutte su noi vogliono trionfo di desolazione, di morte. Mira come i nostri aspetti sparuti dal disagio, lividi dalla malattia, consunti dalle afflizioni, sporgano sotto la pelle le ossa
spogliate: vedi come i nostri passi vacillano, come si dilegua il coraggio della Nazione, estinguendosi il rampollo di tante illustri famiglie. Saran dunque perdute le conquiste fatte in Tuo Nome?
Diverranno deserti solinghi questi edifici, magnifici testimoni del consiglio e del valore dei nostri Padri? Quei nemici, che a noi son tali, perché son Tuoi nemici, esulteranno del nostro pianto, sovrasteranno alla nostra debolezza, ed i nostri petti, non più riscaldati col sangue di tanti prodi, deboli scudi diverranno per opporsi ai progressi dei loro attentati. Vergine Madre, se nel tuo nome venne fondata questa patria, se i nostri cuori furono sempre a Te devoti, se tante prove ci desti di patrocinio, di protezione, deh! esaudisci le nostre preci, ricevi le supplicazioni di un popolo sofferente! Siamo peccatori, è vero, e perciò a Te ricorriamo come a nostro rifugio: prega per noi il Divin Tuo figlio, faccia salvi gli eletti suoi, scacci, allontani, annichili il tremendo male, che contamina le nostre vene, che miete tante vite, che desola i servi
Tuoi: al lampo benefico della Tua grazia l'anima nostra commossa, intuonerà l'inno di laudazione, e col Coro dei Celesti confesseremo le glorie Tue ed il santo Nome di Dio; ricevi l'umile offerta di un Tempio, sulle vaste pareti del quale vogliamo che i secoli avvenire scorgano impressi i tratti di nostra Religione, e dove i successori nostri ed i posteri tributeranno annui rendimenti di grazie perpetuamente a Te, Ausiliatrice ed Avvocata di questa Repubblica».